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LA NOSTALGIA NON È UNA MALATTIA

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Ma la nostalgia è un vizio o una malattia? È vero che ci rende prigionieri dei ricordi, non ci fa vivere nella pienezza del presente e fa procedere a testa indietro verso il futuro, ostaggi della retro-topia, come la chiamava Zigmunt Bauman? L’unica nostalgia oggi ammessa è il vintage, la commercializzazione di oggetti e mode del passato. Di nostalgia me ne sono occupato tanto nei miei scritti e ne ho parlato a Pesaro nel festival di Popsophia dedicato al Tempo ritrovato.
A lungo, nostalgico è stato un appellativo usato per definire e deprecare chi ha posizioni politiche reazionarie, a partire dai neofascisti; ma la stessa cosa vale per i monarchici e i nostalgici dei Savoia, degli Asburgo, dei Borboni. Perfino Federico Fellini definì il suo Amarcord “un film sul fascismo dentro di noi” affermando che il fascismo e l’infanzia fossero stagioni permanenti in lui. Ma la nostalgia è un sentimento impolitico o al più prepolitico che non si fonda sulla memoria, che è un tornare alla mente, ma sul ricordo, che è un tornare al cuore. La nostalgia va oltre il piano storico, politico e polemico; tocca l’anima, la vita, il pensiero, l’arte, la letteratura, la metafisica.
C’è una filosofia della nostalgia che va ricercata prima in Platone e poi in Plotino, il suo pensiero del ritorno all’Origine, per ricongiungersi all’Uno, alla Casa, allo stesso Platone; e il suo vivere sulle tracce di tre civiltà perdute o declinanti: egizia, da cui proveniva, greca in cui si riconosceva, romana in cui viveva al tempo del suo declino, nel terzo secolo dopo Cristo. Filosofia del ritorno e della nostalgia fu pure quella di Giovanbattista Vico. E altri percorsi nostalgici furono intrapresi nell’ottocento da poeti e scrittori romantici o nel novecento in ambito psicologico, da Jung a Hillman. Ma c’è soprattutto una letteratura della Nostalgia che si oppone alla letteratura dell’Esodo, come l’Odissea alla Bibbia: parte da Omero e poi percorre tutti i tempi, fino ai nostri giorni. E trionfa con Marcel Proust che percorse contromano il novecento fino a raggiungere il cuore del secolo precedente. Con Proust avviene la rivoluzione copernicana della nostalgia, perché non si riferisce più a un luogo lontano ma a un tempo perduto. Tre fili dorati s’intrecciano nella Recerche: la curvatura del tempo, col passato che riaffiora nel presente; il ponte dei ricordi, introspettivo, che collega la realtà all’antro nascosto dell’anima, dove sorgono le idee e i sentimenti. E infine la scoperta che le cose sono animate; liberate dall’inerzia del banale parlano e vibrano in esse tracce allusive di un tempo remoto. La nostalgia di Proust scava nella memoria, nel cuore dei tempi e nella vita nascosta delle cose.
La nostalgia non è una patologia come talvolta si ripete, ma una facoltà innata dell’anima, un sentimento originario che ci ci costituisce. I doni della nostalgia sono copiosi, anche se intinti nell’amarezza. Bisogna però distinguere i piani e le forme della nostalgia. Come l’Afrodite platonica c’è una nostalgia urania, celeste, e una nostalgia pandemia, volgare. C’è la nostalgia come alibi per non affrontare la realtà e rifugiarsi nel passato, nel già vissuto. C’è la nostalgia come prigionia che inibisce il rapporto con la vita reale e la con il futuro. C’è la nostalgia come velleità di restaurare pezzi di passato o fingere che il tempo non sia trascorso.
Ma c’è pure la nostalgia che non nega la realtà, non rifiuta il presente e tantomeno il futuro – c’è pure la nostalgia dell’avvenire – e non oppone il mito alla realtà, ma vive il mito sapendolo distante dall’odierno fluire dei giorni. Quella nostalgia è un’apertura dell’anima agli incanti del passato, è una fedeltà intelligente ai nostri mondi perduti, è una carezza tenera e struggente a quel che ci è caro, tra affetti, cose, paesaggi che durano oltre la loro scomparsa. E in questa chiave la nostalgia si fa gravida e feconda di pensieri, opere e visioni, genera poesia e narrazioni. La poesia nasce da una nostalgia preventiva: mentre vivi un’esperienza, un incontro, una presenza, prefiguri il suo svanire, avverti il presagio della sua assenza. E da quel sentimento di perdita sorge la poesia, che è il tentativo di eternizzare o far tesoro di quel momento, quel luogo, e portarlo in salvo nell’altrove della poesia, oltre il tempo e lo spazio. La poesia salva i volti, le anime, i mondi dalla rovina e li custodisce nella teca della nostalgia. E poi la musica, e il cinema, e l’arte, coltivano la nostalgia, e attraverso di lei toccano la grazia dei momenti indimenticabili.
Nella nostalgia non fingi che quel mondo sia ancora vivo e reale, cogli tutto lo scarto tra il passato e il presente; quel che è vivo del passato è semmai la tradizione, che si trasmette e si tramanda. Ma la nostalgia sa di abitare un mondo che non c’è più e non pretende di ripristinarlo, non è preda del revanscismo e nemmeno dello spiritismo. Il fascino della nostalgia è lì: evoca un evento o uno stato irripetibile. Non puoi rifarlo né puoi cancellarlo. Come i classici, le grandi imprese, gli affetti e gli amori perduti. Si addice alla distanza nello spazio o nel tempo; nostalgia del primo tipo fu quella di Ulisse nel suo percorso a ritroso verso la sua Itaca; nostalgia del secondo tipo fu quella di Proust alla ricerca del tempo perduto. Nel nostro tempo, le distanze si accorciano e sono possibili i ritorni; mentre restano irraggiungibili i mondi perduti del passato, e dunque la nostalgia si addice più all’infanzia, alla giovinezza ormai lontana, piuttosto che alla casa remota, alla patria lontana. La nostalgia è quel dolce dolore che pervade l’anima e la mente per una lontananza che sentiamo vicina e per un’assenza che avvertiamo presente.

La Verità (10 luglio 2022)

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