HomeArticoliMARCELLO VENEZIANISE LA FESTA PATRONALE DIVENTA UN SUK GLOBALE

SE LA FESTA PATRONALE DIVENTA UN SUK GLOBALE

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Il santo, la banda, gli spari, l’illuminazione, i palloni aerostatici “a devozione”. In agosto, al sud, i paesi festeggiano il loro compleanno collettivo: è la festa patronale. Le concentrano nell’arco estivo per farle coincidere col ritorno in patria degli emigrati. Per un mese Terronia si scopre Torronia, la patria del torrone, che è ancora il pezzo forte delle sagre paesane. Girando tra piazze e mari, sull’onda dei libri da presentare, mi trovo immerso nelle feste patronali, a cominciare dal mio paese natale, Bisceglie, dove la festa è tripla perché i patroni sono ben tre. Ma da anni ormai mi aggiro tra archi di luminarie e file di bancarelle come uno straniero in patria. In ogni festa patronale sia capitato, mi sono trovato circondato da neri che vendono elefanti in legno, cd masterizzati e caricatori di cellulari, arabi che sciamano con imprecisati malloppi nei vicoli del centro storico, peruviani col loro artigianato finto etnico, più qualche cingalese che vende unguenti e cianfrusaglie di pacchiana inutilità. Torni nella piazza del tuo paese per cercare come Proust il sapore del tempo perduto e ti sembra di essere sceso in Senegal o in Costa d’Avorio. Sotto il monumento dei caduti hanno allestito una specie di campo profughi per neri, l’ex diurno è una specie di ricovero per maghrebini homeless, lo stand dei cinesi occupa il giardinetto dove pomiciavano un tempo i ragazzi del paese alle prime armi. I luoghi più tipici del tuo paese sembrano i padiglioni di una fiera internazionale; cerchi la tradizione e trovi la globalizzazione, girone sfigati. Torni nel grembo materno della tua terra e trovi l’ipermercato di quelli che anni fa si chiamavano vu cumprà.
Il bello di una festa, insegnano gli antropologi ma anche l’esperienza della vita, è che si tratta di un’interruzione della vita ordinaria, un evento che segna la fuoruscita dalla vita di ogni giorno. Invece l’invasione globale riduce la festa ad un suk in cui si vendono le stesse cose di ogni luogo e di ogni giorno. L’unica novità è che sono tutte concentrate qui, ora, e non disperse nei luoghi e nei giorni.
I venditori abusivi extracomunitari di solito non mi infastidiscono, anzi a volte mi sento uno di loro e non solo per via della carnagione; mi intenerisce vederli quando raccolgono velocemente le loro masserizie all’arrivo dei poliziotti e si disperdono con fagottoni immensi sulle spalle; lampeggiano i loro occhi bianchi di paura in quelle facce nere. Capisco che si possa dedicare un mercatino a loro, capirei persino una specie di festa dell’accoglienza, dedicata al loro commercio terra terra. Ma la festa patronale no, non può diventare la ripetizione dell’uguale, del globale e del quotidiano, deve riportarci alle nostre tradizioni. E’ il racconto di un’identità comunitaria attraverso i secoli, si chiama tradizione.
Siamo animali multipli, abbiamo bisogno di esperienze plurali. La festa patronale è la festa delle nostre origini, che ci riannoda ai riti e ai costumi aviti, ci riconcilia col mondo delle nostre madri e dei nostri nonni, con l’infanzia e il mondo nostrano. Non possiamo farla diventare giochi senza frontiere, un mercatino globale o una specie di raduno degli sfollati del pianeta. Meglio abolirla, piuttosto che snaturarla in una specie di notte bianca e global in versione suk. Che ci azzeccano i negri con San Nicolino, i cinesi con San Pantaleone e i marocchini con la Madonna del Pozzo? Chi dice che questo è razzismo è un cretino. Il razzismo nasce al contrario da chi non comprende l’esigenza di coltivare il locale oltre al globale, di tutelare l’identità e le differenze proprie e altrui, a fianco della solidarietà, di amare le radici senza disdegnare l’amore per l’umanità. Se schiacciamo tutto con un rullo compressore, allora le identità represse e mortificate assumono forme aggressive, tribali, razziste, xenofobe. Una persona, una comunità, hanno bisogno di occasioni per aprirsi al mondo e di occasioni per ritrovare il proprio habitat, la propria casa. Abbiamo bisogno di viaggiare, conoscere nuovi mondi, ma anche di tornare a casa e ritrovare ciò che è nostrano e inconfondibile. Abbiamo bisogno di novità ma anche di rassicurazioni. Non puoi tornare a casa, trovare un esquimese al posto di tua madre e felicitarti per lo scambio. In una festa patronale è consigliata la modica quantità di estranei, salvo visitatori; come un tempo c’era Hameluk con il fez e la tunica che vendeva pasticche esotiche tra bancarelle di roba tipica nostrana. Lui era l’eccezione, anche se poi era un finto immigrato; mentre ora l’eccezione è il venditore indigeno di copeta, il torrone tradizionale, o la bancarella del prodotto tipico locale. È come se alla sagra del pesce azzurro si vendessero cotolette alla milanese. Ogni cosa al suo posto, secondo il suo tempo. La processione non è sostituibile con un rito wodoo. Non bastavano le critiche dei laici illuministi alle feste patronali, considerate una sagra della superstizione devota; non bastavano le accuse alle processioni di inchinare le statue di santi e madonne ai ras mafiosi locali. A questo si aggiungono le bancarella dei migranti, che vendono ben poco di locale o a chilometro zero. Chi favorisce questi mercatini apolidi crede magari di essere più aperto e innovatore sostituendo il locale col globale e traducendo la devozione verso i santi in festa dell’umanità; invece sono più idioti, perché non sono in grado di capire e valorizzare le differenze, distinguere gli ambiti e i significati, e i sapori, i colori e gli odori. Alla fiera del bestiame globale tutte le vacche sono nere.

(Panorama, n.33)

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