GIORGIA FLAMBÉ

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Dopo la gogna dell’abiura – rinnega il fascismo, sputaci sopra – comincia ora per Giorgia Meloni la gogna della conversione: abbraccia l’antifascismo, bacialo davanti a tutti. Ma se la generazione di Fini crebbe nel Movimento Sociale Italiano nel ricordo del fascismo, la Meloni crebbe in Alleanza Nazionale nel ricordo dell’Msi. Il fascismo era per lei un nonno remoto. La fiamma a cui Fratelli d’Italia resta legata evoca per lei il Msi, non il fascismo: è il ricordo di un partito d’eterna minoranza e opposizione di cui si può non condividere nulla, e magari felicitarsi che non andò mai al potere; ma non ebbe scheletri nell’armadio e fu figlio minore di questa repubblica.

La fiamma, la falce e martello, il sol dell’avvenire, lo scudo crociato e gli altri simboli politici furono simboli di riscatto popolare e di passione ideale e civile e restano segni di memoria storica. I simboli sono le stimmate di un’epoca in cui la politica era una fede e non solo una carriera; una cosa seria, anche troppo.

Il Msi non fu un partito di governo, non fece la storia, si limitò a ricordare quella precedente; fu un partito anti-sistema ma inserito in Parlamento, mai eversivo. Oggi ci manca qualcosa che ci leghi a una storia e a un mito.

Il Msi era un partito anomalo, fuori dall’arco costituzionale, la fiamma ebbe “poco da ardere, visse al cinque per cento”, parafrasando una poesia di Montale. Fu l’unico partito che volle chiamarsi movimento, che rifiutò lo status di partito, anche se in tutto e per tutto lo fu. Fu il primo partito che tuonò contro la partitocrazia, portando nell’arena politica la definizione prima usata dai politologi. Fu il primo partito che attaccò la corruzione, le tangenti, la lottizzazione, si oppose alle regioni e pose la questione morale prima di Berlinguer. Fu il primo partito che invocò la riforma costituzionale in senso presidenziale; prima l’avevano proposta gruppi e personalità come Pacciardi o Europa 70. Il Msi fu un partito popolare, interclassista, proletario e borghese. Cattolico ghibellino. Gente onesta, per bene, che militava contro i propri interessi. Fu il partito del tricolore in piazza, dell’identità sbandierata, l’unico partito nazional-europeo (l’Europa-Nazione, dicevano) che in modo sfacciato, a volte retorico, coltivò l’amor patrio. Il Msi fu il partito della continuità storica: mentre tutti ribadivano la discontinuità col Ventennio, il Msi rivendicava una linea di continuità nazionale, dal Risorgimento alla Grande guerra e al fascismo, inclusa la Rsi. Prevalse nel Msi la linea filo-atlantica nel nome dell’anticomunismo; Almirante candidò pure l’Ammiraglio Birindelli, comandante della Nato (la Meloni è nel solco missino).

Il Msi rappresentò l’emisfero in ombra della Repubblica italiana, la faccia nascosta ma pulita, il desiderio represso, la nostalgia proibita. Non fu il partito dei violenti, alcune frange non possono offuscare la storia di un partito che ebbe più vittime che aggressori con una trentina di caduti; anzi ebbe il merito di incanalare dentro la politica, dentro il parlamento e le istituzioni, l’esuberanza estremista e la tentazione golpista che allora attraversava mezza Italia. Prima con don Sturzo poi anni dopo con Tambroni si profilò per il Msi l’inserimento nell’area di governo, nella prospettiva di un centro-destra; ma fu impedita dalla mobilitazione di poteri e di piazze. Quando ebbe l’exploit con la Destra nazionale nel 70-72 attirò monarchici, liberali, dc e pure partigiani e antifascisti, sull’onda della maggioranza silenziosa, ma fu ricacciato nel ghetto più di prima, peggio di prima; era meno fascista ma più ingombrante. Con la scissione di Democrazia nazionale, i due terzi della miglior classe dirigente lasciarono il Msi. Ma ebbe ragione Almirante, fu una scissione di vertice; il popolo missino restò con la fiamma tricolore. Lo “sdoganamento” del Msi avvenne in tre fasi nel decennio 83-93. Il primo fu con Craxi che ricevette Almirante e poi Fini. Poi fu il Capo dello Stato Cossiga ad aprire ai missini postalmirantiani. Infine col sistema elettorale bipolare e il pronunciamento di Berlusconi in favore di Fini candidato sindaco a Roma, completò lo sdoganamento a livello politico, da cui nacque il centro-destra. A livello elettorale però i cittadini avevano già sdoganato il Msi, tributando vasti consensi. Ma il Msi non fu mai sdoganato a livello culturale.

Quando chiuse i battenti, la sua eutanasia apparve a taluni militanti un tradimento. A Fiuggi il Msi fu espulso per un calcolo politico come un calcolo renale… Si doveva elaborare il passaggio, prepararlo e compensarlo con la nascita di una Fondazione che potesse conservare e coltivare il cuore fiammeggiante della memoria storica, liberando la politica dal passato. Il Msi era un partito fondato sull’etica della fedeltà e il valore storico della testimonianza. A conti fatti, facendo il magro bilancio del ventennio di An, si può dire che oggi è più viva l’eredità del Msi che quella di An. Assurdo sarebbe però invocare una rifondazione missina oggi. Aver nostalgia di un partito nostalgico significa patire un nostalgismo al quadrato.È bene coltivare la memoria storica, avere esempi e ricordi per un’autobiografia collettiva ma la nostalgia non è, non può essere, una linea politica. Il Msi ebbe anche iscritti speciali, come il giovane Paolo Borsellino o il filosofo gentiliano Andrea Emo, uno dei più grandi pensatori del nostro novecento scoperto solo dopo la sua morte. Ricordo con affetto tra quelli che ho conosciuto alcuni esponenti di spicco del Msi come Beppe Niccolai, Mimmo Mennitti e Pino Rauti, Pinuccio Tatarella e Nino Tripodi, Franco Servello e Marzio Tremaglia, oltre naturalmente i leader, da Almirante a Romualdi. E quel fervore, quel clima, quell’entusiasmo di poter cambiare il mondo e salvare l’Italia. Era una battaglia virtuale, magari virtuosa, ma destinata alla nobile sconfitta. Quella fiamma accese gli animi ma non bruciò nessun nemico, nessun palazzo e nessuna costituzione.

La Verità (21 agosto 2022)

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