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DRAGHI USATO COME GATTO MAMMONE

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Mercoledì scorso Mario Draghi ha fatto al Meeting di Comunione e Liberazione un discorso da presidente della repubblica. Certo, ha difeso il suo operato da premier, ma ha parlato al di sopra delle parti in campo per la sfida elettorale, e al di sotto dei poteri fuori campo: vale a dire l’Unione Europea, la Bce, la Nato, gli Stati Uniti e il potere economico-finanziario transnazionale, nel cui solco ha consegnato chi verrà dopo di lui.

Draghi a Palazzo Chigi ha mantenuto le promesse e anche le minacce: è stato un premier autorevole, con stile sobrio e profilo alto. Ed è stato un perfetto alto commissario dei poteri sovranazionali a cui l’Italia deve dar conto e prostrarsi. Non ha governato con i migliori, non ha lasciato un paese migliore, l’Italia non versava e non versa in buone condizioni, i rincari e la crisi energetica si fanno sentire sempre di più, le scellerate sanzioni autolesioniste condivise dal suo governo non hanno frenato la Russia e nemmeno la guerra; in compenso hanno messo in ginocchio l’Italia e l’Europa. E su quella minaccia stanno facendo campagna elettorale per impaurire gli italiani se votano Meloni.

Ma a bocce ferme vorrei raccontare la mia versione del caso Draghi. L’Italia aveva un modo dignitoso per non rinunciare a Draghi senza sospendere la democrazia: poteva trovare il punto d’equilibrio tra poteri sovrastanti e sovranità popolare, eleggendo Draghi in febbraio al Quirinale, come garante interno e internazionale e consentendo libere elezioni in primavera. Draghi al governo era una soluzione eccezionale; anche le dittature al tempo dei romani erano temporanee e il mandato di Draghi sarebbe comunque scaduto la prossima primavera. Tanto valeva accordarsi tra le forze politiche per mandarlo al Quirinale e poi sfidarsi alle urne. Ne avrebbero guadagnato la stabilità e la governabilità.

Ma i Dem non erano disposti a giocarsi la partita alle urne e volevano usare Draghi per bloccare la democrazia e l’eventuale vittoria del centro-destra; e al tempo stesso volevano mantenere l’occupazione del Quirinale con Mattarella. Che non aspettava altro di essere invitato a restare ma per un nuovo pieno mandato al Colle, e non come un primo tempo si era detto, per scaldare il posto a Draghi prolungando di un solo annetto la sua presidenza. Non si può affatto escludere che lo stesso Mattarella si sia “adoperato” per il bis, silurando l’ipotesi Draghi al Colle, “troppo prezioso” a Palazzo Chigi..

Così il Pd, con Draghi for ever al governo e Mattarella for ever al Quirinale, bloccava tutte le uscite, teneva saldamente il pallino del sistema politico, rimandando le urne fino a sfiancare il centro-destra. Ma in questo gioco, oltre all’Italia e agli italiani, ci rimetteva anche lo stesso Draghi che magari aveva accettato di andare a Palazzo Chigi con la promessa di andare poi al Quirinale. Invece, è stato tradito dal voltafaccia del Pd che ha nuovamente puntato su Mattarella; l’operazione è stata agevolata dalla impraticabile candidatura di Berlusconi che ha paralizzato il centro-destra.

Di fronte alla prospettiva del difficile autunno, e di sei mesi penosi davanti, dopo i quali avrebbe dovuto mettersi da parte perché ogni tanto bisogna ricordarsi che siamo una democrazia, Draghi ha preferito sottrarsi al gioco politico che si stava facendo alle sue spalle. Non dico che Draghi abbia fatto saltare il banco, ma non ha fatto nulla per impedirlo, lasciando che i 5 Stelle aprissero la crisi e il centro-destra vi si accodasse. Draghi nei giorni della crisi non ha fatto nulla per rassicurare i suoi alleati, e stanco della rissosità del suo governo, preoccupato per l’involuzione dei gradimenti e della situazione critica che si andava profilando in seguito alle scelte internazionali del suo governo, ha con calcolato fatalismo lasciato degenerare le cose fino alle dimissioni.

Nel discorso di Rimini non ha concesso nulla ai suoi presunti sostenitori, non solo ai Calendarenzi, ma anche e direi soprattutto ai Letta-dem; si è posto davvero al di fuori delle parti, ha respinto la campagna allarmistica sulla destra che va al governo, anzi ha fatto un assist alla svolta rassicurando che anche una vittoria della destra non sarebbe affatto una sciagura per l’Italia. Si è limitato solo a mantenersi fedele ai suoi “azionisti” di riferimento internazionali, rispetto ai quali ha chiesto lealtà ai nuovi governi.

In cuor suo sa che per quadrare il cerchio, un governo di centro-destra avrebbe bisogno di un “garante” come lui al Quirinale. Certo, ora c’è Mattarella: ma come fu anomalo prolungare il già lungo settennato in un quattordicennio, configurando una mezza monarchia, può essere auspicabile che il garante del vecchio assetto centrato sul Pd lasci il Quirinale davanti a nuovi scenari e a nuovi equilibri politici. Così potrebbe riaprirsi la soluzione Draghi.

C’è chi ha usato Draghi prima come uno scudo per non andare a votare, e ora come uno scudo per non cambiare potere, dopo averlo sacrificato come candidato al Quirinale; poi una volta “scuoiato” Draghi, hanno ricavato un’agenda dalla sua pelle e ne hanno fatto un corano-vessillo da agitare, dietro cui rifugiarsi, annunciare cataclismi per i successori di lui al governo e spaventare gli italiani. A questo punto, Draghi può lasciar loro l’agenda-feticcio ma sfilarsi dal ruolo di Gatto Mammone, per impaurire gli italiani e pensare che il suo ruolo futuro passi da un accordo con la futura maggioranza. Ci vuole ancora un mese per il voto e molte cose potranno ancora cambiare, non sono esclusi i colpi di scena: però quel Draghi sornione, acclamato dalla platea dei ciellini, sembrava più interessato a scrollarsi dei suoi presunti amici (o sequestratori) piuttosto che a vendicarsi dei suoi presunti killer (o liberatori). Intanto s’intensifica la campagna di terrorismo su quello che ci aspetta se solo decidiamo di esercitare il nostro elementare diritto di elettori sovrani.

La Verità (28 agosto 2022)

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