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GORBACIOV, PER GLI AMICI OCCIDENTALI GORBY

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Se pensi alla caduta del comunismo, del mondo bipolare e alla nascita del nuovo ordine mondiale, fino all’apoteosi della globalizzazione, tre nomi ti sovvengono di fila, come collegati in una sola sequenza negli anni ottanta: Ronald ReaganGiovanni Paolo II e Michail Gorbaciov, che sopravvisse a entrambi e a differenza loro ricevette il Premio Nobel per la Pace. Poco amato se non detestato in Russia, famoso, celebrato e ricercato in Occidente, Gorbaciov fu considerato il commissario liquidatore del comunismo e dell’Unione Sovietica, colui che aprì la Russia al mondo globale, inteso come occidente; e alla società aperta, senza le antiche chiusure del mondo russo. Non a caso in Occidente presero a chiamarlo amichevolmente Gorby.

In realtà, all’inizio, Gorbaciov pensava di riformare il socialismo restandone all’interno, di svecchiarlo e renderlo più compatibile con i tempi, come aveva fatto Lenin dopo la Rivoluzione russa; ma la sua riforma cadde fuori dal socialismo e finì con l’abbattere il sistema in cui l’Urss era imbalsamato ormai da settant’anni. Gorbaciov non voleva rinnegare Lenin, ma aggiornare il comunismo e liberarlo da quella gerontocrazia ormai rigida e cadaverica che si era aperta con l’era Breznev e che era continuata oltre Andropov fino a Cernenko. Ma quando un regime perde l’anima e la spinta propulsiva, si riduce ad apparato sclerotico e a scheletro senza sangue, basta un movimento, una riforma per rompergli il femore e far cadere tutta l’impalcatura. Così accadde all’Urss di Gorbaciov e tanti in Russia non vissero quella liberazione come una vittoria ma come un crollo, una sconfitta, la perdita di un mondo e di una solida struttura, e il decadere della Russia al rango di potenza secondaria, di paese in difficoltà, presto invaso dall’Occidente. Chi ritiene che sia la Russia di Putin a osteggiare la sua celebrazione, compie forse in malafede un errore storico e un rovesciamento di sequenza. L’ostilità della gente verso Gorbaciov precede l’avvento di Putin, sorge in Russia già nel tempo in cui lui era al potere, e ne decretò il declino anche in termini di consensi. Semmai è vero l’inverso: il consenso a Putin e la posizione da lui assunta è una reazione a Gorbaciov e al rango a cui aveva ridotto la Russia. Per l’Occidente e per i paesi sottomessi al Patto di Varsavia il suo ruolo fu benefico; per i russi, invece, è un bilancio più controverso, perché da una parte aprì alla libertà, al mercato e alla democrazia, dall’altra al caos, alla speculazione e alla colonizzazione del suo paese.

Di lui, oltre i numerosi viaggi in Occidente si ricordano soprattutto due parole magiche: Glasnost e Perestrojka. Venne proprio dalla Russia opaca e misteriosa, anzi dall’Unione Sovietica agonizzante, l’ultima apologia mondiale della Trasparenza. La chiamavano Glasnost e Gorbaciov la predicava insieme alla Perestrojka, che voleva dire ricostruzione, ristrutturazione e che aveva avuto come precedente storico proprio la riforma di Lenin a cinque anni dalla Rivoluzione, per assestarla e per temperarne gli eccessi e le velleità. Quello di Gorbachov fu letto come il tentativo di aprire i portoni degli Arcana Imperii, di mettere in piazza (Rossa) i segreti del Cremlino, e di aprire la politica sovietica alla cittadinanza russa, nel segno di una timida apertura alla democrazia e alla “modernità”. Sappiamo come andò a finire. Dopo Gorbaciov venne Eltsin, e poi Vladimir Putin che nonostante la glasnost, proveniva proprio dal deep state russo-sovietico, il mondo oscuro dei servizi segreti.

La trasparenza è la premessa alla controllabilità del potere, e dunque alla democrazia. Ma da un verso non basta la trasparenza a fondare una democrazia; e dall’altro non tutto del potere e della politica può essere trasparente. È necessario, inevitabile, salutare perfino, che ci sia una zona interdetta, uno spazio riservato e addirittura segreto, se si vuole preservare l’interesse generale e il bene comune, oltre quello dello stato. Non cadiamo nella retorica della trasparenza. Del resto anche le democrazie occidentali, a cominciare dalla democrazia americana, preservano una zona interdetta, segreta, che non è accessibile alla democrazia e ai mass media.

Senza dire che trasparenza a volte coincide con banalizzazione, svuotamento, perdita di consistenza, spettacolarizzazione e infine “vetrinizzazione”, un fenomeno che alcuni sociologi (penso ad esempio a Vanni Codeluppi) hanno studiato nell’epoca dei social media globali e del narcisismo di massa. Trasferendo infatti la glasnost sul piano personale si arriva a quella riduzione della vita a vetrina, sul tipo della casa del grande fratello e dell’esibizionismo social e televisivo. Di quell’esibizionismo da vetrina, frutto della mercificazione e americanizzazione, patì anche l’austera Russia postsovietica e fu il segno della sua disgregazione.

Infine una facezia e una curiosità. Tanti anni fa pubblicai su una rivista che dirigevo un articolo che ipotizzava l’origine pugliese di Gorbaciov, la cui famiglia sarebbe originaria di Monopoli, come era accaduto ad altri emigrati pugliesi in alcune regioni russe. A supporto di quella tesi, pubblicai la testimonianza di un cittadino di Monopoli, di cognome Gorbacio, che aveva pure una mezza voglia sulla testa e che si riteneva lontano parente del leader russo. Non so che fondamento avesse quella tesi suggestiva, che mi limitavo a riportare, ma era la spia di una considerazione subliminale: non solo per il suo aspetto ma anche per la sua linea politica, Gorbaciov non poteva essere del tutto russo, ma era un po’ occidentale, seppure in versione levantina.

La Verità (2 settembre 2022)

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