lunedì, Novembre 28, 2022
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    CI SALVERÀ LA SCIENZA, ANZI IL MIRACOLO

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    Più di mezzo secolo fa un filosofo venuto dall’idealismo e dal fascismo, allievo di Giovanni Gentile, capì che il mondo andava verso la globalizzazione; la scienza e la tecnica avrebbero preso il posto della filosofia e della politica. Quel filosofo si chiamava Ugo Spirito e non fece in tempo a vedere avverarsi le sue previsioni perché morì alla fine degli anni settanta. Ora è uscita una raccolta di suoi scritti giornalistici degli anni settanta, L’avvenire della globalizzazione (Luni editrice), a cura di Danilo Breschi che ha scritto pure un ampio saggio introduttivo. C’è tutto il pensiero ultimo di Spirito, antimetafisico, antireligioso, antiliberale, e c’è pure la sua errata previsione sulla globalizzazione scientista: non avrebbe liquidato l’individualismo e generato una società collettivista, almeno da noi in Occidente. Al contrario, l’unificazione del mondo si sposa a una società atomistica di masse solitarie e narcisiste; l’uniformità non ha generato l’avvento del collettivismo né uno Stato mondiale.

    Spirito propose la filosofia come ricerca incessante, amore e problema. Il suo scientismo filosofico gli fece perdere la considerazione dei filosofi senza guadagnare quella degli scienziati e dei tecnocrati. Da emarginato finì i suoi anni, condannato, lui rivoluzionario, scientista, socialista e mondialista a trovare udienza nel mondo conservatore, antiscientista e nazionalista, e perfino cattolico tradizionale; scrisse pure un elogio dello Scià di Persia.

    Anche in queste pagine Spirito critica la partitocrazia e la democrazia parlamentare e sostiene la corporazione proprietaria che propose in pieno fascismo, con l’appoggio di Mussolini, poi bocciata dal regime. Da anziano ipotizzò la rappresentanza per competenze tecnico-scientifiche al posto dei partiti. Lui umanista, fu teorico della tecnocrazia; lui idealista, si affidò alla scienza. Nel clima della Contestazione, mentre dominava il dogma tutto è politica, Spirito prefigurava al contrario la spoliticizzazione, il rifiuto dell’ideologia, il trionfo della cibernetica e della bioingegneria. Non a torto Augusto Del Noce, che dialogò con lui in un memorabile libro sull’Eclissi o tramonto dei valori tradizionali, individuò in lui l’anti-Marcuse. Ma sulle ceneri della Contestazione non nacque la rivoluzione scientista, semmai il dominio neocapitalista che non supera la società borghese e individualista ma la universalizza. L’espansione della tecnica, a suo dire, avrebbe provocato la fine dell’individualismo borghese (come pensò su altri versanti Ernst Junger) e l’avvento dell’onnicentrismo al posto dell’egocentrismo.

    Spirito riteneva che i valori tradizionali e religiosi fossero incentrati sull’individualismo, dunque liberandosi dalla società tradizionale la rivoluzione scientifica avrebbe instaurato il collettivismo. Invece un tratto costitutivo della società tradizionale è il suo spirito comunitario, solidale, antiegoistico. L’espansione della tecnica unita al benessere ha scatenato l’individualismo planetario, o quantomeno occidentale, disintegrando le comunità nel villaggio globale. Spirito pensava che l’uniformità, la standardizzazione, avrebbero condotto per via tecno-scientifica al comunismo, a cui “è vano pensare di sottrarsi”, come scrisse in Inizio di un’epoca. “Il mondo della politica – scrive Spirito – deve gradualmente dissolversi e tradursi nel mondo della scienza, in cui acquistare quel carattere di universalità che ancora gli manca”.

    Anche Gentile pur nel suo attualismo immanentistico non liquidò mai la tradizione e il senso religioso. Spirito invece concepì il “suo”fascismo, il “suo”comunismo e il “suo” scientismo nel segno del laicismo e dell’immanentismo radicale. Anzi, sul piano storico vide la fine del fascismo e dell’italocomunismo nell’abbraccio mortale con il cattolicesimo, irretito il primo dai Patti Lateranensi e il secondo dal Compromesso storico nel segno del cattocomunismo. Compromettersi col cattolicesimo coincideva per lui con imborghesirsi e farsi conservatori. Per lui l’antifascismo era la prosecuzione discendente e reazionaria del fascismo: non a caso le basi della Costituzione sono il Concordato, il codice Rocco e la Riforma Gentile (ma si potrebbero aggiungere anche le leggi sull’ambiente di Bottai), di derivazione fascista.

    Pur auspicando il collettivismo, Spirito difese gelosamente il suo spirito individuale: non a caso nella sua autobiografia, Memorie di un incosciente, dedicò i capitoli al “mio” fascismo, al “mio” comunismo, al “mio” problematicismo. Altro suo paradosso è aver considerato irreversibile il corso della storia ma di essere poi andato sempre controcorrente. “Sono stato fatto dalla realtà” è la confessione onesta e amara di Spirito; è la disfatta di ogni idealismo, a cui però non seguì il suo adeguarsi ai tempi.

    Sognò l’onnicentrismo ma avvertì che “il mito del Superuomo può divenire una realtà effettiva, con conseguenze inimmaginabili”. Il dominio delle oligarchie era un destino già scritto nell’espansione illimitata della tecnica, gli avrebbe obiettato Heidegger. Nei suoi ultimi scritti, Spirito cedette all’amarezza e disse di “non avere più nulla da insegnare…nulla da dire”. Si lasciò sfuggire perfino un’invocazione metafisica o religiosa: “Non ci resta che il miracolo”, che precede di poco l’”ormai solo un dio ci può salvare” di Heidegger. Il tormento di Spirito fu colto da un papa intellettuale come Paolo VI che cercò vanamente la conversione di Spirito e poi di Prezzolini, altro scettico d’antico pelo. Spirito restò fedele al suo antico positivismo, e considerò la fede come mito e superstizione. In questi scritti Spirito critica il femminismo e l’antifascismo, e confida che la scienza ci salverà dall’inquinamento. Troppa fiducia mal riposta nella scienza. Infatti alla fine della vita Spirito confidò nelle “sorprese” della storia e nell’attesa del miracolo.

    La Verità (8 settembre 2022)

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