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    CON FALVELLA MORIMMO PURE NOI

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    C’era un ragazzo che come me era di destra, militava nella gioventù missina, era del sud, aveva gli occhiali e studiava filosofia. Era il 7 luglio di cinquant’anni fa quando fu barbaramente ucciso nella sua città, a Salerno. Si chiamava Carlo Falvella, non aveva vent’anni, una faccia pulita e uno sguardo velato ma pieno di sogni. Per noi ragazzi di destra del sud era il nostro Sergio Ramelli; il manifesto con la sua faccia d’angelo campeggiò a lungo nella nostra sezione del Fronte della gioventù. “La vita come un arco, l’anima come una freccia”…

    Era uno di noi, caduto per le stesse idee e ideali per cui noi davamo l’anima, senza chiedere nulla in cambio. La fila di quei nomi scorre nella mente e a malapena mi trattengo dal recitare quel rosario vivente di ragazzi uccisi a cui nessun sito ufficiale dedicò “la meglio gioventù”. A quegli anni e a quel clima dedica invece il suo romanzo il cantautore Enrico RuggeriUn gioco da ragazzi (La Nave di Teseo); nella trasfigurazione romanzesca fanno capolino storie vere come quella di “Sergio”.

    Falvella fu ucciso da un anarchico armato di coltello che se la cavò con pochi anni di condanna, ancor meno effettivamente scontati, sostenuto dal Soccorso Rosso, da Lotta Continua e dalla grancassa della sinistra e dei soliti firmatari. Ma non è del barbaro delitto che vorrei parlare e nemmeno del ricordo con rabbia di quel clima, di quegli anni, di quella trentina di vittime di destra e di quanti infami sostenevano che “uccidere un fascista non è reato”. Troppe volte si sono raccontate queste storie, almeno dalle nostri parti, si sono ripetute a vuoto denunce e recriminazioni; troppe volte sono servite per rinfocolare la rabbia e la vendetta, o per rafforzare attraverso rituali, appelli e liturgie – Camerata Falvella presente! – quello spirito di appartenenza e di comunità che a volte è servito pure a costruire carriere politiche e a disporre di generose militanze per le campagne elettorali. Per questo non ho mai voluto scrivere di loro, per una forma di pudore e di ripugnanza verso l’odio e le sue spirali.

    Ma il tempo passa, la vecchiaia incalza ed io vorrei fare i conti con quella storia che coinvolge pure noi.

    In quel tempo pensammo che la sua vita fosse stata bruscamente interrotta sul nascere, prima che arrivasse l’età adulta o la maturità. Pensavamo cioè che la sua fosse una vita incompiuta e che noi invece disponevamo della possibilità di realizzare o portare a compimento quella battaglia politica. Ma col passare del tempo ho cominciato a pensare l’opposto, che la sua vita si era compiuta, luminosamente, perché aveva chiuso il cerchio in modo coerente morendo per le sue idee per le quali era vissuto. Di una vita, infatti, non conta la durata o la lunghezza ma la capacità di congiungere l’inizio e la fine, di portare a compimento la missione alla quale era stata dedicata, qualunque fosse. E quel cerchio, pur nel suo raggio di vita così ristretto, ha raggiunto la sua perfezione. Incompiute, semmai, sono rimaste le nostre vite più longeve e imperfette, perché non si sono poi realizzati gli ideali di quegli anni, i propositi politici, le promesse di rivoluzione. Magari la coerenza è rimasta, l’onore è stato salvato, la missione a livello individuale ha dato frutti operosi, però quel cerchio non si è compiuto, l’arco della vita non si è teso, la freccia non ha centrato l’obiettivo storico ma ha vissuto la delusione e il distacco.

    Probabilmente anche lui negli anni sarebbe stato come noi, disincantato, deluso, lontano dall’impegno politico e dall’appartenenza ideale. Avrebbe messo su pancia e famiglia, magari sarebbe diventato professore di filosofia come pensava di fare, forse avrebbe pubblicato qualche saggio, che so, su Evola o Gentile. O avrebbe strada facendo cambiato idea, avrebbe capito che povera e nuda va la filosofia e ancora più povera e nuda langue se sei come lui dalla parte sbagliata, e magari si sarebbe accontentato di un posto in banca. Magari avrebbe conservato quelle idee, non le avrebbe tradite o dimenticate ma le avrebbe coltivate nel suo cuore e con minima coerenza civica, ma senza sprecare più energie. Lui temeva di diventare cieco perché aveva seri problemi alla vista, ma con la baldanza militante di quegli anni ne parlava con spavalda ironia, affidandosi per il futuro alla parola orale, come Socrate e Omero il cieco.

    Comunque il tempo col tempo capovolge beffardo le misure; e lui, ragazzo in eterno, ci sembra abbia raggiunto l’obbiettivo che noi invecchiando abbiamo abbandonato. Abbiamo visto appassire quella storia che ci sembrava nostra, abbiamo assistito o vissuto l’indecoroso tramonto di quelle speranze.

    Anzi ho l’impressione che con Carlo Falvella siamo morti anche noi, che pure sopravvivemmo a quegli anni di piombo e che ci facemmo poi una vita, una professione, formammo una famiglia e proseguimmo il nostro impegno sul piano del pensiero e della cultura. Lui morto in piedi, e noi seduti. Ma in quegli anni siamo morti anche noi, perché smettemmo di credere alla possibilità di realizzare in terra, nella storia, tramite la politica, i nostri ideali. Il ragazzo di quegli anni è rimasto sepolto là, tra le macerie di quel tempo, con lui.

    Anche chi, come me, militò solo un paio d’anni acerbi, dai quindici ai diciassette anni, e poi lasciò per sempre la militanza, senza mai lasciare le proprie idee. Perciò al catalogo di quei giovani caduti dobbiamo aggiungere quello di noi tanti che poi lasciammo cadere quella militanza nei sogni. E dicendo noi, non dico nemmeno noi ragazzi di destra, dico tutti coloro che da ogni parte, con nobiltà d’intenti, militarono in politica e poi ammainarono “le belle bandiere”, per dirla con Pasolini. Lui è rimasto in quell’eterno “sabato del villaggio”, in attesa del dì di festa. Noi invece passiamo la vita tra tanti lunedì.

    La Verità (8 luglio 2022)

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