mercoledì, Dicembre 7, 2022
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    LA CULTURA È SPENTA MA NON È STATA LA DESTRA

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    Da quando si è sparsa la voce che vincerà la destra, è partito il passaparola: che brutta campagna elettorale senza cultura e che brutto domani sarà riservato dal brutto governo futuro alla cultura. Non c’è un minimo straccio di idee e di ideali, di cultura e di programmi per la cultura, non c’è un libro, non c’è una visione in questa campagna elettorale, lamentano alcuni intellettuali e giornalisti, per suggerire che quando è nell’aria la vittoria della destra c’è sempre la vittoria dell’incultura. Che poi qualcuno abbia tirato in ballo Dio, patria e famiglia – ideali perfino troppo grandi per una campagna elettorale – non conta: non sono ideali ma immondizia reazionaria, da eliminare con la differenziata, ciascuno nel suo cassonetto.

    In verità non riesco a ricordare campagne elettorali, almeno recenti, che abbiano avuto libri o idee come protagonisti, visioni del mondo o progetti culturali a confronto. Non ricordo elezioni che siano state anche competizioni culturali. E se penso alle ultime votazioni politiche, quando trionfarono i grillini, non riesco neanche vagamente a intravedere un connubio tra (anti)politica e cultura. Tutto potevano essere, manifestazioni di pancia o inviti perentori a recarsi nei deretani (il famoso vaffa) meno che competizioni di tipo culturale.

    In realtà quel che sconforta non è l’assenza della cultura nella campagna elettorale ma al di fuori di essa. Non è solo il mese del voto a mancare di cultura ma anche i restanti undici. Lo scandalo non è che nelle pagine politiche non si parli di cultura e non si confrontino proposte culturali sul voto; ci siamo abituati. Il vero scandalo è che non si parla di cultura neanche nelle pagine culturali, negli ambiti culturali. Anche le terze pagine, gli inserti, gli eventi, i programmi dedicati alla cultura parlano d’altro, smerciano catechismo correct, gossip, marchette interne alla setta e teatrino in margine alla cultura, ai festival e alla mondanità vanesia dei premi letterari. Non vedi traccia, neanche remota, di idee a confronto, di pensieri controversi o di progetti culturali antagonisti che si sfidano.

    E’ giusto che nella lotta politica siano preminenti i temi politici o più legati alla realtà del paese, alle esigenze popolari più vere, più sentite e più urgenti; purché fuori dalla politica resti viva l’attenzione, l’interesse, la curiosità per la cultura. E invece il mortorio prevale nella cultura in tutte le sue espressioni. Un mortorio che una volta si attribuisce alla pandemia e al lockdown, un’altra alla guerra e alle sue conseguenze, un’altra volta all’emergenza economica ed energetica. Ora la colpa è del clima destrorso che accompagna il voto; ma l’inerzia della cultura rimane tale anche se cambiano le motivazioni.

    Si conoscono le ragioni generali o generiche della penuria culturale: la cultura è schiacciata dalla tecnica, dai consumi e dall’arrogante volgarità di massa. Ma c’è una ragione specifica e primaria che mortifica la cultura: da tempo ormai non è possibile né praticabile alcun confronto di idee e non c’è un luogo ove questo sia possibile. Così la cultura deperisce, fino a sparire. Senza confronto mancano gli ingredienti essenziali della cultura: il senso critico, la capacità di fare paragoni, il libero esercizio dell’intelligenza, la polemica e la sfida delle idee.

    Non c’è un pensiero che affronti e critichi un altro pensiero; ce n’è solo uno che non riconosce l’altro pensiero, lo considera non-pensiero o negazione della cultura. Dunque nessun dibattito, solo scomunica e anatema. La radice di quella intolleranza è nell’ideologia di sinistra ma si è fatta mainstream, canone ufficiale, clima e narrazione di regime, con penalità per chi compie deviazioni. La cultura che si definisce inclusiva è in realtà la barriera che più esclude ed emargina.

    Tutto è già risolto a priori, pre-stabilito, l’unico problema è allinearsi, seguire il trend: esiste uno spartiacque sicuro tra bene e male, e attraversa i luoghi, i pensieri, la storia, la vita, il lessico, i comportamenti sociali. C’è una linea a cui aderire e il suo rovescio è bollato come eversivo. La scelta pregiudiziale toglie di mezzo ogni dibattito o controversia: non si confrontano più idee diverse perché è riconosciuta, assodata, solo un’idea progressiva, corretta, moderna ed è dunque accertato e sanzionato il suo deplorevole contrario. Non c’è da rivedere nulla, ma solo confermare e aderire. Cliccare, non obiettare. Accettare o ripudiare. Chi ha una visione diversa va estromesso, non va considerato; diventa oggetto di condanna se supera una certa soglia di dissenso e dunque di suscettibilità. Se non la supera va semplicemente ignorato. Chi non la pensa secondo il modulo non è uno che ha altre idee, ma è nemico delle idee e dell’umanità e perciò va esecrato o ignorato. Il meccanismo è operativo anche nei grandi giornali, oltre che nella cupola intellettuale: sotterrare da vivo chi non è allineato. Capite bene che in questo modo non è più possibile animare la cultura, cioè paragonare idee diverse, avere un libero confronto su alcuni temi controversi. Per questo non si vede in giro la cultura ma non è colpa del basso livello elettorale: la cultura è negata quando tutto è ridotto ad accettare i cookie del conformismo.

    Curioso poi l’aut aut posto alla destra. Se non si occupa di cultura è barbara e rozza; se invece vuole occuparsene allora vuole irregimentare la cultura. Scatta l’allarme. Da segnalare al proposito l’accusa preventiva ad opera dei cretini precoci, le avanguardie della stupidità, che si portano avanti nell’inquisizione e già adesso, prima di votare, denunciano l’avvento del famigerato Minculpop al ministero della cultura di destra del futuro governo Meloni. Difficile dire se è più grave la loro demenza o la loro intolleranza ma la miscela è davvero letale. E poi dite che non c’è cultura…

    La Verità – 21 settembre 

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