lunedì, Novembre 28, 2022
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    LA MATTINA DEL TRE NOVEMBRE DEL 1985 PIOVEVA

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    Pioveva assai. Perché col cazzo che quando eravamo piccoli a novembre faceva il caldo di oggi, a novembre faceva fridd e pioveva.
    Pioveva così tanto che papà prima di scendere mi prese un impermeabile. Impermeabile che a quei tempi era di colore giallo, ineluttabilmente.
    Era una domenica speciale per chi scrive, che c’era la giuve al San Paolo, ma non solo. Per la prima volta andavo allo stadio con mamma e papà, separati praticamente da sempre.
    Ero teso per la partita, ma soprattutto il mio nervosismo era figlio del fatto che papà avesse deciso di portarsi appresso un collega, Italo si chiamava. Italo tifava per la giuve e non so proprio come cazzo gli venne in mente a Papà di portarselo dietro, conoscendo il San Paolo e soprattutto conoscendo me e Mamma.
    Andammo con due macchine, io con mamma, mentre papà con Italo ed altri due amici.
    Il primo incidente diplomatico avvenne alla fine di via Caravaggio.
    Papà si affiancò alla vecchia Ritmo per darci informazioni relative al parcheggio da cercare alla Loggetta ed Italo nell’accennare un saluto con la mano ricevette in cambio una risposta inequivocabile e spontanea
    ”giuvegiuvevaffanculo”
    un coro partito all’unisono, senza che ci dicessimo niente io e mamma, diretto, potente, rabbioso, che a distanza di anni mi sento ancora di definire giusto, sacrosanto e legittimo nonostante la disapprovazione di papà.
    Mia madre era una venticinquenne che ne dimostrava diciotto ed io un bambino di otto dall’aspetto angelico, in realtà col Napoli di mezzo diventavamo due animali, ed Italo la percepì benissimo sta cosa.
    La partita fu bellissima. Un Napoli tosto, spavaldo, arrogante e cattivo, perennemente illuminato dal 10.
    Ad ogni tocco dell’argentino lo stadio tremava, ansimava, tracimava amore e speranza, passione ed incredulità che anche la giuve dovesse inchinarsi, che il più forte di tutti, per una volta, ce l’avevamo noi.
    Eppure Diego sbagliò un gol facile facile dopo pochissimi minuti su assist di Bertoni e anche nella ripresa, di destro, si fece fermare da Tacconi a pochissimi metri dalla porta, in mezzo una simulazione di Costanzo Celestini ed i cartellini rossi per Bagni e Brio.
    Poi successe che nel diluvio di quella domenica di novembre tra giornali, impermeabili ed ombrelli, dalla curva scorgemmo Scirea alzare parecchio la gamba finendo per colpire in faccia Daniel Bertoni.
    Il San Paolo bestemmiava ancora che voleva il rigore e non la punizione a due in area quando il tempo si fermò.
    L’ultimo frammento di lucidità è legato al momento in cui sul pallone c’erano Eraldo Pecci e Diego.
    Poi più nulla. Solo un boato mai sentito prima, c’erano anni di sconfitte da rigurgitare sui bianconeri e non c’erano più ombrelli, non c’erano più giornali per tentare di ripararsi dalla pioggia, non c’erano più mamma e papà ingoiati dall’abbraccio della curva, non c’era più quel cazzo di Italo, non c’era più il mio impermeabile giallo.
    C’era solo un pallone che si alzò nel cielo plumbeo del San Paolo per ricadere nella porta della giuve e contestualmente nelle nostre vite per cambiarle per sempre.
    Un pallone che divenne una sorta di racconto di Gabriel Garcia Marquez, leggendario vero ed irreale come Macondo, che a distanza di 33 anni ancora nessuno sa e può spiegarsi come sia stato davvero possibile vedere ciò che vedemmo, con la consapevolezza che se non ci fossero state le immagini ad immortalarlo, quell’attimo di infinita bellezza e poesia, nessuno avrebbe potuto giurare fosse accaduto veramente o solo nella nostra testa.
    McBlu76 La Napoli Bene

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