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    MUSSOLINI L’ARCI-AMERICANO

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    Sin dalla marcia su Roma, cent’anni fa, l’America coltivò una passione speciale per Benito Mussolini e una simpatia spiccata per il fascismo. La prima motivazione fu anticomunista: il fascismo era visto come una controrivoluzione preventiva dopo il biennio rosso per ristabilire l’ordine ed evitare che anche l’Italia come la Russia cadesse nelle mani del bolscevismo. Poi, strada facendo, l’american Mussolini’s fan club crebbe smisuratamente e contagiò anche le sfere più alte, fino alla Casa Bianca. Il duce, che aveva rinunciato a pubbliche indennità come presidente del consiglio per vivere dei proventi dei suoi diritti d’autore, avrebbe potuto vivere dalle royalties che gli arrivavano dagli States tra interviste, libri e traduzioni dei suoi scritti.

    Grande regista e promotrice della fama di Mussolini oltre Atlantico fu una donna famosa e intraprendente, ebrea e amante del duce, Margherita Sarfatti. A lei dedica un saggio Claudio Siniscalchi, Novecento. Fascismo, America e arte in Margherita Sarfatti (ed. Altaforte, prefazione di Francesco Borgonovo). Di particolare interesse è il capitolo dedicato al mito americano di Mussolini che documenta l’infatuazione americana per il duce, dalla stampa alla diplomazia al popolo statunitense, a partire dall’influente comunità italiana. Per arrivare al presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, che si ispirò all’esperienza sociale ed economica fascista per lanciare il new deal negli Usa. Mussolini è riconosciuto negli Stati Uniti come il modernizzatore dell’Italia, scriveva Philip Cannistraro. Ma il fascismo, l’americanismo e il comunismo sovietico avevano un frasario comune fondato sul Nuovo: il mito dell’uomo nuovo, dell’ordine nuovo e del mondo nuovo, accomunava tre mondi pur così diversi. E li contrapponeva al passatismo, alla vecchia politica e ai vecchi “tromboni”, di cui il pur prestigioso Giolitti era considerato il miglior prototipo (“vecchio palamidone” lo definiva d’Annunzio traendo spunto dalla sua palandrana d’antan che indossava).

    E dire che Mussolini non mancò di opporsi al processo della giustizia Usa agli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, accusati di crimini e condannati a morte nel 1927. In loro Mussolini difendeva innanzitutto due italiani emigrati, ingiustamente accusati; ma riaffiorava nella loro difesa l’antico debole di Mussolini per gli anarchici, a cui fu legato in gioventù, anche a causa di suo padre. E ciò avvenne nonostante il duce fosse scampato a due attentati di matrice anarchica, la bomba a Roma di Gino Lucetti, l’11 settembre del 1926; e l’attentato di Anteo Zamboni a Bologna neanche due mesi dopo.

    La fama di Mussolini negli Stati Uniti, ritenuto “il politico più grande del suo tempo” (R.W.Child, A diplomat looks at Europe), supera le accuse degli antifascisti dopo il delitto Matteotti. E raggiunge il suo apice dopo la crisi economica mondiale del 1929, partita da Wall Street, quando l’Italia di Mussolini supera in modo brillante il grave momento con una politica sociale e interventista che “corregge” il mercato con l’impresa pubblica, senza sopprimere o stravolgere l’iniziativa privata. A una linea analoga perverrà Roosevelt col New Deal; anche Keynes col suo Stato sociale correggeva il capitalismo.

    Apripista della fama americana del duce era stata la Sarfatti, con la sua opera, The Life of Benito Mussolini, poi tradotta in mezzo mondo (All’America di M.Sarfatti dedica un saggio anche Gianni S.Rossi, edito da Rubettino). Ma il processo si era allargato, fino a culminare nel 1933 sull’onda di due eventi importanti: la trasvolata di Italo Balbo dall’Italia agli Stati Uniti salutato come un eroe della modernità in America e il trionfo negli States e nel mondo del gigante buono, il pugile Primo Carnera, emigrato friulano in America, che segnò il riscatto per tutti gli italiani emigrati. Questi eventi, uniti all’edificazione dello Stato nuovo di Mussolini e al suo ruolo di equilibratore a livello europeo e internazionale, dettero un prestigio mai più raggiunto dall’Italia negli Stati Uniti. Al pubblico americano, notava M. Rosaria Quartararo, Mussolini apparve non solo unico e instancabile, poliglotta e “intellettuale anti-intellettuale”, ma “più americano che italiano” (I rapporti italo-americani durante il fascismo).

    In realtà, dietro la simpatia americana per Mussolini non c’erano solo l’innamoramento per il personaggio e le ragioni storiche contingenti, ma qualcosa di più radicale. C’era il giovanilismo, il futurismo e il vitalismo che accomunavano la giovane America all’Italia di Giovinezza, c’era la passione per i primati e per lo sport, oltre che per il cinema (“l’arma più forte” per Mussolini e anche per gli americani, di cui era innamorato il figlio del duce, Vittorio). Entrambe erano espressioni della volontà di potenza. Il valore di riferimento però differiva: per l’America era la libertà, per l’Italia fascista era la civiltà. Individualisti gli uni, comunitari gli altri. Non dispiaceva agli americani anche la neo-romanità del fascismo, di cui erano innamorati anche loro, amanti di Giulio Cesare, del Campidoglio e dell’analogia con la Roma imperiale, seppure un po’ finta e kitsch, in cartongesso, da set cinematografico. Poi vennero l’Etiopia, le Sanzioni, l’alleanza con Hitler, le leggi razziali, la guerra. Alla fine, per dirla con Spengler, la civiltà si scontrò con la civilizzazione, l’Italia si trovò contro l’America, che amava per il suo vitalismo epico e futuristico ma detestava per il suo materialismo economico e consumistico. E dire che alla Marcia su Roma, l’ambasciatore Usa in Italia, Richard Washburn Child, aveva elogiato questa “bella rivoluzione di giovani. Nessun pericolo. E ricca di colore e di entusiasmo”. Poco più di vent’anni dopo, dopo aver bombardato l’Italia, i soldati americani marciavano su Roma per liberarla dal fascismo…

    La Verità (12 agosto 2022)

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