mercoledì, Novembre 30, 2022
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    QUAL È LA PARTITA IN GIOCO SUL PIANO CULTURALE?

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    C’è una sfida culturale dietro la sfida elettorale? Si fronteggiano linee di pensiero divergenti, visioni della vita differenti se non opposte? So che il quesito per molti è ridicolo; rintracciare culture dietro il misero marasma della politica può apparire a tanti comico e surreale. Ma proviamo a superare la barriera del ridicolo e a porre la questione culturale: quali sono le differenze in gioco?
    I margini di differenza tra soggetti politici si restringono già in partenza se si pensa che le forze in campo non mettono in discussione gli assetti: l’Unione europea e le sue direttive, la Nato e le sue direttive, la supremazia americana e le sue implicazioni, il capitalismo tecno-globale e i suoi input. Sono tutti, da destra a sinistra, passando per il centro, dentro quello stesso orizzonte, seppure con sfumature diverse. Esistono a livello sociale punti di vista differenti su questi temi ma non hanno traduzione politica, nessuna forza in campo che non sia marginale mette in discussione quei punti fermi; sono dogmi inviolabili.
    Difficile anche rappresentare la politica attraverso i conflitti sociali: non c’è un partito operaio o proletario che si oppone a un partito della borghesia; tutti i partiti sono interclassisti e concentrati sui ceti medi, nessuno ingaggia lotte di classe. L’unica, sostanziale divergenza riguarda la tassazione, i sistemi di prelievo e di pressione fiscale.
    Le differenze culturali tra le forze politiche sono limitate a un arco circoscritto anche se significativo: i temi dei diritti civili e sessuali, la famiglia e la vita, l’aborto e il suicidio assistito, la libera droga e le devianze, l’accoglienza e i migranti. Su questi temi si delinea un’effettiva differenza almeno sul piano culturale, che difficilmente si tradurrà sul piano concreto e legislativo. Il centro-destra, per esempio, pur essendo in prevalenza contrario all’aborto, non rimette in discussione la legge 194; si limita a sostenere campagne a tutela della natalità e incoraggiare chi porta avanti la gravidanza.
    Poi c’è il tema doppio della centralità nazionale e della sovranità popolare ma è più retorico che effettivo, considerando che di fatto nessuno contesta il trasferimento di sovranità e decisioni in sede transnazionale e transpolitica; ma almeno sul piano delle declamazioni e dei simboli la preoccupazione nazional-sovrana è più presente a destra che a sinistra.
    Un tema politico residuale delle passate stagioni e tornato ora in auge concerne il passaggio da una democrazia parlamentare a una democrazia presidenziale, sostenuto dalla destra; a giudicare dalle esperienze precedenti, è lecito pensare che il tema si risolva solo in un cavallo di battaglia elettorale senza seguito effettivo; ma non c’è dubbio che si crei almeno ai blocchi di partenza uno spartiacque tra due linee opposte (col tentativo renziano di proporre una terza via col sindaco d’Italia, vale a dire l’elezione diretta del capo del governo e non del capo dello Stato).
    Cambierà qualcosa sul piano delle idee generali, della rappresentazione e della narrazione in caso di vittoria del centro-destra? Non credo, perché persiste il monopolio sinistro della narrazione a livello mass-mediatico, storico, cine-televisivo e letterario e nessun rivolgimento politico sembra destinato a mutarlo. Una sconfitta politica-elettorale della sinistra non produrrà effetti sul piano delle idee, ribaltamenti culturali o cambi di gestione. Sarà difficile vedere, ascoltare, leggere storie e fatti sotto un altro punto di vista, rispetto a quello oggi canonico e prevalente; l’egemonia culturale della sinistra ha perso in qualità, legittimazione, autori e opere di riferimento ma persiste come indirizzo generale e come dominazione. Il lato positivo potrà essere l’incrinarsi di quel rapporto automatico di consonanza tra potere politico e potere culturale; perlomeno si avvertirà una certa dissonanza, e in quegli interstizi si potranno creare spazi di libertà.
    Così sarà difficile aspettarsi seri cambiamenti nelle linee editoriali dei gruppi dominanti, nelle direzioni delle principali testate, nelle firme eminenti, nei programmi tv, nei conduttori e gli influencer: non ci sarà avvicendamento, qualcosa che somigli a uno spoil system e forse nemmeno un riequilibrio, salvo singoli casi nell’informazione pubblica. Semmai ci sarà una schizofrenia tra la politica e la comunicazione, lo spettacolo e la cultura, con transitori compromessi.
    Del resto, da anni ormai non si contrappongono culture e visioni generali; la vera differenza è tra conformisti e non allineati, tra insider e outsider, quelli che sono dentro e quelli che sono fuori dal cono di luce del potere ideologico.
    Da anni non c’è nemmeno circolazione delle élite intellettuali. Se si osservano gli ultimi quarant’anni, e si considerano gli intellettuali attivi, ci si accorge che sono gli stessi degli anni ottanta e novanta. Cito i primi dieci nomi d’intellettuali viventi che mi sovvengono, di varia estrazione: Cacciari, Canfora, Galli della Loggia, Panebianco, Cardini, Guerri, Agamben, De Rita, Galimberti, De Masi… Hanno tutti più di settant’anni, sono gli stessi di allora, non ci sono new entry, le novità sono le assenze dei defunti. Cambia più la Chiesa che la curia intellettuale…
    Insomma, qual è, alla fine, la linea di confine tra le due visioni contrapposte? La differenza riguarda il terreno che precede la cultura: è la partita tra la realtà e le “devianze”, per usare il peana farneticante di Enrico Letta; tra il sentire comune e il pensare corretto (politically correct), tra la “normalità” intesa come aderenza alla realtà, al senso comune, alla natura e alla vita dei popoli e la “normalità” come adeguarsi a una norma ideologica, un codice correttivo e un canone delle “devianze” protette. Quella divergenza è profonda, radicale, è uno spartiacque sociale netto. Ma supera le leadership e i partiti, è nella società.

    La Verità (24 agosto 2022)

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